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La solitudine dei numeri zero

Quelli che possono sommarsi e moltiplicarsi, ma sempre zero rimangono - Intro

La mia storia è quella di una generazione che, lungi dal voler cambiare il mondo, ha rinunciato perfino a cambiare se stessa, limitandosi ad un’ottusa e acritica accettazione dell’esistente. Il frutto di questa involuzione è una società fatta di eguali senza essere democratica, dove anche le persone teoricamente più istruite ragionano e scrivono in modo non dissimile, forse peggiore, del verduraio che sta dietro l’angolo.

Io, da parte mia, ho cercato di rifugiarmi dietro un patetico individualismo di maniera che desse uno sbocco e una forma al mio disprezzo per la famiglia, il lavoro, la religione, la scuola, la società, i media, le persone che vedo per strada.

La mia storia prende le mosse da Santa Maria Capua Vetere, paesotto casertano dal passato glorioso (che gli abitanti non conoscono), dal presente allarmante e direi senza futuro da quando questo, come tanti altri posti, ha smesso di essere comunità per diventare mera somma di individui che hanno poco da condividere.

La mia storia è la storia di quelli che, dissolti i legami sociali di una volta, sono stati irrimediabilmente tagliati fuori da quest’orgia di consumismo e disimpegno e sono stati condannati a un destino da cani sciolti.

La mia storia è quella dei numeri zero. Che possono sommarsi, moltiplicarsi, ma sempre zero rimangono. E che, se incontrano sulla strada un numero primo che cerca disperatamente di spiccare il volo, si moltiplicano con lui fino ad annullarlo e a farlo diventare uno zero come loro.

La vignetta è di Livio Apolloni


La solitudine dei numeri zero

Quelli che possono sommarsi e moltiplicarsi, ma sempre zero rimangono – 1. Peppe ‘a Zanna, posteggiatore abusivo

Quella volta che ho visto un uomo risorgere.

C’era una volta un parcheggiatore abusivo che la sera, appena uscivi dall’automobile, ti fermava per chiederti l’euro per il parcheggio. Costui, come tutti i parcheggiatori abusivi, era diventato un’istituzione di fatto più autorevole e presente delle istituzioni vere e proprie. Peppe ‘a Zanna, però, se la passava malaccio. A dirla tutta era un uomo distrutto: eroinomane da anni, oramai non si reggeva più in piedi.

E pensare che l’euro al posteggiatore dovresti darlo perché ti tenga d’occhio l’automobile: che automobile poteva tenere d’occhio uno ridotto in tale stato? Con l’aria assente, gli occhi lucidi e spiritati, quasi senza voce. Mi faceva pietà e paura e preferivo starne alla larga. Peppe ‘a Zanna: un triste destino comune a tanti figli degli anni ’80.

Una sera d’estate Peppe ‘a Zanna non lo trovammo più. Troppo facile capire il perché. A confermare le voci di corridoio ci pensarono, una manciata di giorni dopo, i manifesti funerari affissi ai muri.

*

Un sabato sera di qualche settimana fa, durante la tipica festa ferragostana organizzata dal comune: appena troviamo posto parcheggiamo la macchina, io e gli altri amici piscioni, e per un attimo ci sembra di rivederlo. Alto, magrissimo, carnagione scura col cuzzuto, ma chiedendo i soldi ride e scherza e si prende addirittura gioco delle nostre modeste finanze. Vuagliù, stat’ prop’ ‘nguaiat’.

No, non può essere lui. Peppe ‘a Zanna a malapena riusciva a proferire parola, ma soprattutto Peppe ‘a Zanna è morto. Invece è proprio lui: non capisco come sia possibile, ma è lui. Non credo sia capitato a parecchi di voi di leggere i manifesti che annunciano la morte di una persona e poi, dopo qualche anno, ritrovarsi quella persona davanti, a riscuotere l’obolo in quello spiazzo colmo d’auto.

Contando due euro a macchina (sì, ha preteso due euro, ma a noi quest’uomo magnanimo fece lo sconto del 50%) ho ipotizzato che Peppe ‘a Zanna, solo quella sera, debba aver guadagnato più di quanto riceve al mese il mio amico dottorando di ricerca, e di sicuro più di quanto riceverò io al mio primo impiego.


La solitudine dei numeri zero

Quelli che possono sommarsi e moltiplicarsi, ma sempre zero rimangono – 2. Nicola Venticello, un ragazzo a posto

Quando conobbi Nicola Venticello ne rimasi subito entusiasta: garbato, gentile, mite. Proveniva da un paesino della Lucania e studiava Legge, ma a differenza dei suoi colleghi non faceva il saccente. E io, che quell’anno avrei abitato con lui, tra me e me pensavo: questo Nicola… è proprio un ragazzo a posto!

Con lui si poteva parlare di calcio, malgrado tifasse Juventus. Leggeva Nietzsche, amava viaggiare (quella estate era stato a Londra e a Berlino) e ascoltare musica. Io gli prestavo il lettore mp3 e lui apprezzava la mia musica. Disponibile com’era, non esitava a condividere con noi coinquilini la roba che acquistava al supermercato.

I nostri vicini di casa non si fecero pregare e di tanto in tanto, senza scuorno e senza imbarazzo, saccheggiavano la sua ricca credenza. Lui, poverino, corse ai ripari nascondendo qualcosa in camera, ma i vicini lo raggiunsero pure lì. Uno di loro lo sgridò perché aveva comprato le merendine alla marmellata: le preferiva al cioccolato. Io, che pure talvolta contribuivo al saccheggio, tra me e me pensavo: questo Nicola… è proprio un ragazzo a posto!

Prestante e sportivo, le ragazze non gli erano mai mancate. C’è gente che per molto meno si vanta, lui invece no. Era incredibilmente paziente anche col suo collega di corso Fabio, calabrese. Ogni pomeriggio, verso le sette, Fabio veniva a casa nostra a perdere tempo (non lo sfiorava l’idea che noi, a differenza sua, stessimo ancora studiando). Spesso (diciamo tutti i giorni) Fabio rimaneva per la cena, quando si distingueva per il suo contributo: un contributo nullo, visto che non portava niente da mangiare e niente si dava da fare. In compenso poggiava sul tavolo il manuale di diritto commerciale e declamava: “questa è Giurisprudenza! Non puoi dire le cose a modo tuo!” Nicola, mentre lavava i piatti, levava gli occhi al cielo. E io tra me e me pensavo: questo Nicola… è proprio un ragazzo a posto!

Finché, una sera, non ci sedemmo sul divano a giocare a Playstation. Come sempre lui era maestro di fair play: non mi pigliava per il culo quando perdevo 4-0, mi faceva i complimenti quando segnavo o effettuavo una bella giocata. Ma avrà un difetto, questo ragazzo? Mentre mi involavo sulla fascia udii un rumore inconfondibile: io non ero stato ed era difficile che fossero stati i calciatori della Playstation. Non era difficile capire da dove provenisse il venticello che già pervadeva l’aria.

Tuttavia non è che l’aria fosse diventata così putrida e irrespirabile. Così continuammo a giocare e lui a venticellare allegramente.


La solitudine dei numeri zero

Quelli che possono sommarsi e moltiplicarsi, ma sempre zero rimangono – 3. L'uomo che sussurrava alle melanzane

Anni fa, nel nostro appartamento di studenti universitari, venne ad abitare un ragazzo della provincia di Avellino: Biagio. Abitava in un paesino di montagna popolato da 900 anime: Senerchia. Da quel giorno la nostra vita cambio da così a così.

Quando me lo presentarono si fermò a scrutare le merendine che avevo lasciato sul tavolo. Leggeva gli ingredienti e i valori nutritivi scritti in ungherese: del resto, avevo saputo, studiava niente poco di meno che chimica farmaceutica. Era grasso, portava gli occhiali e aveva l’aria annoiata. Il mio fiuto non sbaglia mai: quel ragazzo doveva sapere il fatto suo!

Invece era di un’ignoranza abominevole.

Entrando in camera sua notammo che aveva affisso alle pareti, a pochi centimetri di distanza, due immagini rispettivamente del Duce e di Che Guevara. Come spiegare tale discrasia ideologica? Ma che ne sacc’! A me me piace ‘a figura! Non volendolo, Biagio incarnava alla perfezione lo stato in cui negli ultimi trent’anni sono state ridotte le ideologie: schemi vuoti da riempire gesticolando, scrisse Pasolini anticipando i tempi, cioè simboli tanto coinvolgenti sul piano emotivo e identitario quanto vuoti di contenuto politico.

Le sue passioni erano innumerevoli: calcetto, pc, videogames, carte, chitarra, canto, chiacchierate con gli amici fino a sera tardi. Ma una passione sovrastava le altre: il cibo. Mangiava di tutto e a tutte le ore. Ricordo il mezzo chilo di pasta che era la sua razione base. Io, così poco carnoso, al suo cospetto non potevo risultare che insignificante: eppure mi prese in simpatia e soprattutto prese in simpatia il gustoso dolcetto artigianale di mia nonna.

Il cibo per Biagio era come il pallone per Holly e Benji: il migliore amico. Tanto che una sera lo trovai a corteggiare una melanzana: come sei bella! E io ti mangio! GNAM! Il cibo era questione seria: una sera attaccò ferocemente il suo compagno di stanza e compaesano perché aveva osato non gradire la focaccia cucinata da sua madre. Aveva violato l’onore della famiglia e non l’avrebbe fatta franca.

Altro elemento qualificante il soggetto: la devastante puzza dei piedi. In camera sua non si poteva entrare: anche quando lui non c’era l’aria rimaneva impregnata del suo aroma. Solo il Duce e il Che, dalla parete, potevano rimanere imperturbabili.

Comunque, come detto, Biagio cambiò la nostra esistenza da così a così, rendendola più allegra e spumeggiante. Si usciva tutte le sere e, dal momento che il nostro tra le altre cose amava pure il vino della sua terra, ne succedevano di tutti i colori. Una notte si ubriacò o meglio finse di ubriacarsi per poi importunare le ragazze che passavano, provocare i passanti e addormentarsi su una panchina di pietra. Poi si svegliò e andò girando con una canottiera sporca di chiazze di vino, sopra la quale indossò un giubbotto di pelle. Tornò alle cinque, alle dieci si svegliò e fece colazione con mezzo chilo di pasta e pesto.

Dopo alcuni mesi i rapporti si incrinarono, soprattutto per una serie di questioni di cibo e di onore. L’anno successivo si trasferì in un altro appartamento e il legame con noi si dissolse definitivamente. Io lo andai a trovare solo una volta nella nuova casa: la stanzetta era impregnata del suo odore. Spalancai la finestra e respirai: c’era qualcosa in quel panorama che se ci penso mi si stringe ancora il cuore.


La solitudine dei numeri zero

Quelli che possono sommarsi e moltiplicarsi, ma sempre zero rimangono – 4. L’istituto del curriculum

L’idiozia della società contemporanea si sostanzia alla perfezione nell’istituto del curriculum.

Che è lo strumento attraverso cui il candidato, il professionista, il lavoratore etc etc dovrebbe definire le sue capacità e competenze. Ma ‘sti cazzi: come si fanno a mettere nero su bianco, su un pezzo di carta, capacità e competenze? La diffusione su larga scala del curriculum europeo, col suo intento omologante, ha migliorato la situazione, o forse no. Sta di fatto che questa storia del curriculum è patetica.

Frotte di giovani e meno giovani che su quel benedetto foglio di carta scrivono di tutto: di tutto! Anche le cose più improbabili, con evidente sprezzo del ridicolo. Poi magari l’hanno pure vinta, perché si sa che al giorno d’oggi la quantità è tutto: quindi mettete, mettete, mettete ogni cosa che avete fatto, anche quelle di cui vi dovreste vergognare, anche quegli attestati di dubbia provenienza ottenuti chissà come o comprati chissà dove, come se il valore di una persona si dovesse desumere dal numero di allegati. Dunque riempite quante più pagine possibile, descrivete anche le esperienze più insignificanti pompandole all’inverosimile.

Come quei miei conoscenti che millantano iniziative e progetti che non si capisce bene cosa sono e hanno riempito quattro pagine con gli elenchi delle loro collaborazioni ai giornali, diverse delle quali costituite da un paio di articoli.

Io, invece, ho dovuto lavorare alacremente sul linguaggio al solito scopo di impacchettare il Nulla. Perché – ebbene sì – avevo trovato posto in un’azienda! Ma di questo parleremo nella prossima puntata.


Il Popolo della Simpatia

Ricordate l'anno scorso? In un periodo di grande difficoltà per il mio paese e la mia regione decisi di scendere in campo e così, un giorno di dicembre 2007, salii sul predellino di una vecchia 500 e arringai dinanzi ai miei vicini di casa. Era nato il Popolo della Simpatia.
 
Il simbolo

Il simbolo del Popolo della Simpatia è ancora la mucca che ci fissa attonita. Un simbolo che ci rimanda a uno dei più preziosi dei prodotti della nostra terra, la mozzarella di bufala; che ci ricorda il nostro destino di popolo continuamente tartassato (munto) dallo Stato, dalle elite, dai poteri forti; un simbolo che rappresenta alla perfezione me, voi e la nostra chiara indole bovina.
 
Il bannerino
 
Per pubblicizzare il Popolo della Simpatia puoi inserire, nel tuo sito o blog, il nostro squisito bannerino. Ecco il tag:
 
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Il programma: il Contratto con i sarchiaponi
 
1. Spedizione della munnezza che invade la Campania sul lato oscuro della Luna, come consigliava un paio d’anni fa qualcuno di nostra conoscenza;
2. Tutela degli idioti e delle minoranze linguistiche;
3. Tassa sui fighetti;
4. Tassa sui meme e su tutte le campagne mongoloidi fatte apposta per guadagnare link e scalare la classifica di BlogBabel;
5. Abolizione dell’obbligo sociale di santificare le feste (tipo l’ultimo dell’anno) spendendo 40 euro nei locali o peggio ancora giocando a tombola;
6. Abolizione di quella cosa che se non fotti a tutti i costi non sei uno buono.
 
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A presto indirò le primarie per permettervi di decidere chi sarà il leader (che sarò io) e, appena ricarico la scheda, contatterò il sessuologo dottor Giuseppe Cirillo, il Demolitore d'Opinioni fondatore della lista Preservativi Gratis, col quale auspico la più ampia convergenza programmatica.

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La solitudine dei numeri zero

Quelli che possono sommarsi e moltiplicarsi, ma sempre zero rimangono – 5. La mia prima e finora unica esperienza in un’azienda

Dopo tutto sono pur sempre un laureato in Comunicazione d’Impresa e Pubblica!

In realtà scelsi tale specialistica soltanto perché, a Fisciano, non ce n’erano altre. Dopo di che ho razionalizzato la scelta, spacciandola per consapevole, ma si tratta di una squallida menzogna. E comunque, dovendo scegliere, preferii l’indirizzo in Comunicazione Pubblica all’indirizzo in Comunicazione d’Impresa: una scelta istintiva e mai oggetto di pentimento.

Oramai Scienze della Comunicazione è diventata Scienze della Comunicazione commerciale: corso di studi deputato a sfornare burattini per le aziende. Del resto non si è sempre detto che l’uni deve plasmare competenze concrete? Che bisogna fare le cose pratiche? Notare come, nella loro povertà lessicale e concettuale, i professori di marketing e i loro discenti rispecchino alla perfezione l’andazzo degli ultimi anni: l’eleganza del linguaggio e la raffinatezza dell’argomentazione non contano nulla. Meglio una bella idea pratica da descrivere con quattro parole sempre uguali e da spendere immediatamente sul mercato.

Dicevo: sono pur sempre un laureato in Comunicazione d’Impresa e questo titolo dovrà pur significare qualcosa. Perciò, reduce dal catastrofico esito di un concorso pubblico al Nord (un must per noi meridionali), inviai curriculum a pioggia. Dopo un solo giorno fui convocato per un colloquio. Il sabato andai in sede a compilare una strana scheda; nel pomeriggio mi chiamarono per comunicarmi che la sua domanda ha avuto esito positivo. E vai!

L’azienda era un consorzio composto da una sessantina di imprese del Nord operanti nel settore del mobile. Avevano formato questo consorzio per muovere alla volta dell’Africa e colonizzare il mercato meridionale. Il primo incontro sarebbe stato più che altro una lezione inaugurale, impartita a noi giovani talenti da svezzare, tenuta da un signore occhialuto che sembrava sapere tutto lui. Odioso. Dopo un’ora ci disse di presentarci il giorno dopo per una full immersion in azienda di una giornata sana, per carpirne i meccanismi e iniziare un corso di formazione.

Ma l’Azienda, si sa, sarebbe stata ferocemente selettiva. Perciò il giorno dopo avremmo potuto presentarci soltanto se avessimo superato un test motivazionale. Un test talmente prevedibile e scontato da parermi surreale: se mi domandi se nella vita voglio puntare in alto, se sono dedito al lavoro, se voglio guadagnare una barca di soldi, posso mai risponderti che intendo rimanere sfigato a vita? Ma soprattutto, in fondo al foglio, c’era scritto chiaro e tondo che la A valeva 3 punti, la B 2 e la C 1. Evidentemente credevano o che fossimo idioti o che fossimo intellettualmente onesti.

Il signore occhialuto che sapeva tutto del Mercato, prima di congedarci, ci avvertì che il giorno dopo sarebbe stato obbligatorio venire in giacca e cravatta. Mi sentii mancare. Quando tornai a casa dissi ai miei che non ci sarei andato. Ma non potevo perdere un’occasione e dovetti adeguarmi: anche io burattino. Nell’azienda come in chiesa o al militare: puoi anche essere idiota perché ciò che conta è la divisa, l’abito. Intanto il pomeriggio mi richiama la signorina che, con voce metallica, mi annuncia che la sua domanda ha avuto esito positivo. E vai.

Il giorno dopo eravamo una trentina. Grosso modo tutti quelli del giorno precedente. Tutte le domande avevano avuto esito positivo, a quanto pare. La full immersion aveva lo scopo di addentrarci nei meccanismi dell’azienda. In realtà gli oratori incravattati che si succedettero nel corso della mattinata inscenarono un megaspot pubblicitario in cui descrivevano per filo e per segno l’offerta dell’azienda e la sua collocazione sul mercato.

Interessante. Specie quando uno di loro spiegò che l’azienda aveva rinunziato alla pubblicità sui media tradizionali perché poco efficiente e inutilmente costosa: perché raggiungere un pubblico generalista, composto da centinaia di migliaia di persone di tutti i tipi, quando ti interessa unicamente un target di giovani coppie in procinto di sposarsi?

Meglio puntare su messaggi mirati e cercare di attivare il passaparola, che spesso è la forma di pubblicità meno costosa e più convincente. Se devi assumere una decisione importante, la prima cosa che ti viene in mente non è di rivolgerti a un amico o a un familiare che ne capisce? Ti fidi più delle reclames artificiali della tv o dei consigli disinteressati di una persona che conosci da una vita?

E così, per ore, i dirigenti del consorzio si diedero il cambio a illustrare le magnifiche sorti e progressive dell’azienda. Io ovviamente non avevo socializzato con nessuno dei futuri colleghi e avvertivo un senso di profonda inquietudine. Metti poi che la sede della megaditta si trovava in aperta campagna e che nel raggio di un paio di chilometri non c’era nessuno che vendesse qualcosa di commestibile. Solo mobili, orribili discutibili e inutili mobili.

All’una decisi che era ora di porre fine a quello strazio. Approfittai della pausa pranzo (ma pranzo di che poi?) per sgattaiolare via senza dire niente a nessuno. Durante la mattinata avevo rivolto la parola solo a due ragazze, ma non davano confidenza e ben presto iniziai ad avvertire un profondo moto di ribrezzo anche per loro.

Nel pomeriggio ci sarebbe stato un altro test. Inutile farlo, tanto già sapevo che la mia domanda avrebbe avuto esito positivo. Come quelle degli altri, che a occhio e croce geni non sembravano. Ma quando si sarebbe trattato di assumere avrei voluto vedere quante domande avrebbero avuto ancora esito positivo. Tanto oramai ventinove giovani in età da matrimonio (io non mi includo per decenza) avevano conosciuto l’Azienda Invisibile che non spende in pubblicità tradizionale. E presumibilmente ne avrebbero parlato a casa, coi genitori, il partner, il cane, Facebook. Mamy, papy, io ho passato quella selezione che vi dissi. La mia domanda ha avuto esito positivo! E’ un consorzio di aziende che bla bla bla… Avrebbero attivato il passaparola e il cerchio si sarebbe chiuso.

Tornato a casa tirai un sospiro di sollievo. Mia madre mi aveva cucinato un piatto di ravioli. Lo mangiai a fatica e poi mi distesi sul letto. Tempo tre ore e li vomitati tutti, quasi interi. Rare volte sono stato peggio in vita mia.


Roy, il ragazzo che voleva sconfiggere l'inverno

I sogni di un ragazzo ingabbiato in un'eterna adolescenza

Alle scuole superiori è normale seguire un percorso comune a quello dei propri compagni: si entra tutti assieme, quando si hanno 13 o 14 anni, ingenui e carichi di speranze, e si esce, una volta oltrepassata da poco la soglia della maggiore età, che si è ancora tutti assieme (o quasi). All'Università, invece, è diverso, e tra chi sfreccia spedito verso la laurea, e chi invece rimane drammaticamente indietro, la differenza c'è ed è notevole.

Roy ha 34 anni (classe 1970) e, dopo un inizio promettente, si è perso strada facendo, impelagandosi in alcune storie d'amore che, parole sue, lo hanno distolto dai libri. E' importante specificare che sono parole sue, perché questo aitante ragazzone casertano ha una visione della vita e dell'amore per così dire, ehm... tutta sua! Non potendo riprodurre, attraverso la semplice parola scritta, la sua mimica e il suo modo di esprimersi, lascio parlare alcuni fatterelli nudi e crudi.

E' sera e tra gli amici che condividono l'appartamento di Baronissi, nei pressi dell'Università di Salerno, si parla di donne. Roy invita alla prudenza: "Francesco, con le ragazze non ti devi fare i film in testa!". All'improvviso, inaspettato, suona un cellulare; il suo cellulare. "Uh! Mi ha fatto uno squillo. Questo può significare due cose: 1) sto studiando, ma vorrei scopare con te; 2) sto col mio ragazzo ma sto pensando a te. Ma quando ti muovi?" Un'altra sera, sempre nell'appartamento di Baronissi. Questa volta Francesco è a letto influenzato, ma per fortuna c'è il premuroso Roy: "non preoccuparti, stasera cucino io: ovetto!" Dopo di che si lancia nell'impresa, ma questa volta, a differenza della sua carriera universitaria, il buongiorno si vede dal mattino: l'ovetto cade per terra, su un pavimento studentesco che non è dei più puliti. Nessun problema! "Porca puttana", e con perfetta non chalanche Roy lo prende da terra e lo cucina come se nulla fosse. Alla fine se lo mangerà solo lui, l'ovetto, visto e considerato che la sua cucina, da quelle parti, non è che goda di una grande reputazione: è da anni che mangia roba scaduta e andata a male, e ricicla tutto quanto di commestibile e non gli capita a tiro.

Chi cammina per casa sua, oramai, è abituato a sentire, provenienti dalla sua cameretta, espressioni quali "tettone" e "bella cosciona", riferite rispettivamente a un negozio casertano e ad una 14enne brasiliana (e pensare che una volta disse a un suo giovane collega: "tu fattela con quelle della tua età!"). Ma la cosa più incredibile è accaduta una sera, in discoteca: il nostro è a caccia e una ragazza, dedita a ballare col suo cavaliere, lo incrocia (fortuitamente?) con lo sguardo. Il dardo è scoccato e Roy, unicamente dal suo sguardo, ricostruisce le sue (presunte) intenzioni in questo modo: "Voglio scopare con te". E lui, sempre (e solo) con lo sguardo: "Sì, d'accordo, ma il tuo ragazzo? Per favore DIMMI-COME-DEVO-FARE".

Solo l'esperienza può insegnare a capire al volo certe cose, e Roy di esperienza ne ha da vendere. "Io il terremoto dell''80 me lo ricordo. Stavo nella 127 con mia madre, mio fratello e le signore Cecconi". Le sorelle chi?, chiede sbigottito l'interlocutore. Roy è fatto così: cita amici e conoscenti sconosciuti come se fossero personaggi del jet-set, di dominio pubblico. L'effetto è incredibile. Ma noi lo perdoniamo e facciamo il tifo per lui, perché Roy, in fondo, è semplicemente un ragazzo che continua a sognare in una realtà dura, dove è difficile amare. Il suo desiderio è cancellare l'inverno dalla sua vita, trasferendosi nel suo amato Brasile da ottobre a marzo: e state sicuri che alla fine, in un modo o nell'altro, Roy ce la farà.


La solitudine dei numeri zero

Quelli che possono sommarsi e moltiplicarsi, ma sempre zero rimangono – 6. Dei non-giovani che votano Alleanza Nazionale e altre amenità

Neanche troppo tempo fa, quand’ero un giovane studente universitario, incarnavo alla perfezione l’anima moderata della sinistra riformista: rispetto per tutti, valori condivisi, svolta al centro, no snobismo, chi-vota-per-l’altro-schieramento ha-semplicemente-fatto-la-sua-scelta.

Adesso l’evolversi della situazione ha contribuito ad animalizzarmi e a radicalizzarmi.

Continuo a provare un sincero moto di ribrezzo nei confronti degli adolescenti “ribelli” con la maglietta del Che e dei figli di papà parcheggiati all’università a fare “politica” nei kollettivi studenteschi. Diffido degli intellettuali radical chic e dei professori universitari che fanno i pagliaccetti in aula. Giro alla larga dai centri sociali e dalla fauna tristemente omogenea che li popola. Vedo clientelismo e familismo dappertutto. Ma le persone di cui sopra frequentano ambienti circoscritti, ben delimitati. Sai benissimo come evitarli. Nessuno ti invia Micromega a casa o ti costringe a vedere i film di Nanni Moretti.

I sostenitori del buon governo del Popolo della Libertà invece no. Te li ritrovi dappertutto: per strada, in autobus, al bar. Dal barbiere, al mercato, in tv. Dentro casa. Oggi è loro la vera egemonia culturale: dominano il senso comune coi loro concetti rozzi, grossolani ma tremendamente efficaci. E ci credo che sono efficaci: se parliamo di immigrazione, è più facile sbraitare contro rom sinti e rumeni che ragionare sulla questione con un po’ di umanità ed equilibrio. Se parliamo di moneta unica, è più facile prendersela con l’euro di Prodi che riflettere sulle conseguenze che avrebbe comportato la mancata partecipazione e così via.

Che poi a me parlare di politica annoia. Disgusta. Preferisco leggere o parlare con persone ben selezionate (anzi: oramai neanche quello). Anche scriverne mi è deleterio.

Ma la società di oggi non ti lascia scampo. C’è sempre qualcuno che salta su a dire che io non capisco niente di politica ma sempre meglio la Destra che la Sinistra che in due anni ha messo sottosopra l’Italia. Fa niente che poi, se chiedi in concreto cosa sia finito sottosopra in questo paese, non ti sappiano rispondere. Forse perché nulla finisce sottosopra in questa terra condannata all’immobilismo.

Ma a me neanche questo interessa. Possono dire ciò che vogliono. Solo mi escludessero da tali dibattiti.

E invece no. All’improvviso salta fuori l’idealtipo del cuozzo che vota Alleanza Nazionale, che conserva in camera i cimeli del regime, che celebra il valore della Patria mentre l'alleato Bossi le alza il dito medio, che si richiama alla tradizione del fascismo ma vota una forza politica che si dice liberale (ma lui intuirà la distinzione tra liberalismo e totalitarismo?), che addossa agli immigrati ogni tipo di nefandezza, che vuole l’esercito a pattugliare le strade sebbene sia palese che 3.000 militari a zonzo non servono a niente, che osteggia il matrimonio gay perché intaccherebbe il valore della famiglia non capendo che la famiglia è allo sfascio per ben altre ragioni e che, soprattutto, in Italia il matrimonio gay non l’ha mai proposto nessuno.

Ma ciò che trovo irritante in questi non-giovani (ragazzi solo sul piano anagrafico perché volgari, conservatori, ignoranti, monotematici, spenti, praticamente morti dentro, morti come il loro futuro e morti come l'ideologia che professano) non è l’offesa in sé, zecca rossa, zingari comunisti e quant’altro possa uscire da quel genere di bocca. E neanche il fatto che si ostinino a chiamarmi comunista quando io comunista o di sinistra non sono e tali etichette prive di contenuto mi danno il voltastomaco. A essere veramente offensiva è quell’aria da bue, l’ignoranza orgogliosa, tronfia e compiaciuta. L’ostensione di simboli di cui non si comprende il contenuto.

E così domenica tutti a posare la corona di alloro sul monumento che ricorda i caduti di Nassirya; dopo di che tutti alle urne a votare la stessa maggioranza che ha deciso di mandare le forze di "pace" in Iraq. E così tante altre cose.

Ai tempi della scuola, nei cessi del liceo, un ragazzo partì all’attacco con uno dei tanti cavalli di battaglia mandati giù a memoria: sapete solo offendere. Cos’altro potremmo fare?